Arte e cultura
Francesca de Paolis
Intrecci di ortica, nodi iraniani e tappeti volanti: Salvatore Di Sarno racconta un mondo di rarità
Cover: da sinistra, Avv. Mario Santini, Claudio Lotito e Salvatore di Sarno
Da una tradizione familiare nata nel 1958 a una ricerca che attraversa tappeti antichi, design, arte e collezionismo. Salvatore Di Sarno, alla guida di DSV Carpets dal 1987, ha fatto della conoscenza e della ricerca del ‘pezzo raro’ il centro della propria attività, tra gli showroom di Caserta e di Cortina d’Ampezzo. La sua storia è iniziata per affiancare il padre malato e da allora, quello che era un mestiere di famiglia è diventato una passione e una forma di ricerca, capace di intrecciare artigianato, moda e relazioni.
D. Un tappeto non rappresenta soltanto un luogo: in qualche modo lo crea. Rende uno spazio abitabile, intimo, curato. È una piccola forma di architettura, ma anche di narrazione interculturale. Quando hai capito che i tappeti sarebbero diventati il tuo mondo?
R. Esattamente, il tappeto racchiude in sé ognuna di queste definizioni enel mio caso tutto è cominciato per necessità. Studiavo all’università quando mio padre si ammalò e fui costretto a lasciare gli studi per occuparmi dell’attività di famiglia. Probabilmente sarei entrato comunque nel mondo dei tappeti qualche anno dopo, ma ci sono entrato immediatamente.
Sono nato in mezzo ai tappeti e agli arazzi e, con il tempo, ho scelto di occuparmi esclusivamente di questo settore. Credo che la competenza richieda una specializzazione autentica: non ho mai voluto vendere contemporaneamente tappeti, quadri, diamanti o altri oggetti. Bisogna essere riconoscibili per ciò che si conosce davvero.
D. Dopo una vita passata ad esplorare mirabilia, oggi come trovi il pezzo raro e che cosa cerchi personalmente in un tappeto?
R. Servono tre cose: conoscenza tecnica, intuito e gusto. Prima di tutto, però, il tappeto deve piacermi, catturare la mia attenzione. Poi deve possedere un valore storico e culturale. Se un pezzo non mi piace, anche se è di valore, faccio fatica persino a venderlo. Credo che il gusto sia fondamentale perché la passione si trasmette. Chi acquista deve percepire che dietro a quell’oggetto c’è una persona che lo conosce e lo apprezza davvero.
D. Il tappeto, secondo te, è arte, artigianato, design o un bene da collezione?
R. Può essere tutte queste cose insieme. Di certo è anche un investimento. Oggi si dice spesso che il mercato è crollato, ma non è esattamente così: ciò che è mediocre ha perso valore. Le cose belle, rare e difficili da trovare continuano ad aumentare di prezzo.
Io amo ciò che è elegante, mal’eleganza non coincide necessariamente con il prezzo. Lo charme è qualcosa di innato. Penso, per esempio, a Gianni Agnelli: era elegantissimo anche in jeans e camicia. Le cose veramente eleganti sono spesso quelle più semplici.
D. La tua azienda si occupa anche di arazzi oltre che di tappeti. Due oggetti apparentemente vicini, ma con fascino e funzioni diverse. Gli arazzi fanno pensare ai fiamminghi, al ciclo della Caccia all’Unicorno del Metropolitan. I tappeti, ai grandi palazzi e all’esotico. Secondo te che cosa hanno in comune?
R. Entrambi hanno la capacità di trasformare un ambiente, di renderlo più caldo, accogliente ed elegante. L’arazzo, come il tappeto, sconfina senz’altro nella leggenda, ma nasce anche con una funzione pratica, quella di proteggere e riscaldare le pareti. Poi diventa un elemento di grande impatto estetico e narrativo. Nel mio lavoro cerco questi pezzi in tutto il mondo. Ho broker e intermediari internazionali, seguo le aste. La ricerca è una parte fondamentale del mestiere.
D. A proposito di leggenda… C’è una bella contraddizione poetica nel nostro immaginario: il tappeto è un oggetto reale, eppure pensando all’Oriente e alle fiabe, diventa un oggetto fantastico che ci permette di attraversare lo spazio. Da Aladino alle Mille e una notte, quanto pesa questa percezione?
R. Moltissimo. È quasi automatico: quando vediamo un tappeto accade proprio questo,ci viene in mente il tappeto volante di Aladino. È un oggetto che, oltre ad arredare, permette di sognare. E tutto ciò che è prezioso, in qualche modo, deve riuscire a muovere anche la parte più profonda e onirica dell’animo umano.
D. Matisse costruì la propria ricerca anche attraverso i tessuti orientali, Boetti ha creato le sue Mappe intrecciando il proprio lavoro con quello delle ricamatrici afghane. Nel Bauhaus la tessitura diventa un vero campo di sperimentazione. E oggi assistiamo a un ritorno molto forte del tessile nell’arte contemporanea…
R. Sì, esiste uno stretto legame tra il mondo dei tessuti e quello dell’arte. Per questo ho scelto di collaborare con diversi artisti e creare tappeti a partire dalle loro opere. L’artista mi fornisce l’immagine e io la trasformo in un tappeto attraverso lavorazioni artigianali realizzate soprattutto in India e Nepal. È un’evoluzione naturale del mio lavoro. Per molti anni mi sono occupato soprattutto di antico, poi dal 2011 ho abbracciato anche il design, perché il mercato e il modo di abitare sono cambiati. Tra i progetti più recenti ci sono anche due tappeti disegnati dallo scenografo, costumista e art director Enrico Picasso, set designer della casa di moda Kiton. Sono tappeti in edizione limitata, che ho presentato proprio pochi giorni fa nel mio showroom di Cortina.
D. Cortina è diventata anche un luogo di incontro. Quanto contano le relazioni nel tuo lavoro?
R. Molto, ma non ho mai progettato eventi semplicemente per immagine. Quando organizzo qualcosa, di norma è legato alla mia collezione e serve anzitutto a presentare i tappeti dell’azienda. Nel tempo, però, con clienti e collezionisti si instaurano rapporti che vanno oltre il lavoro. Dopo tanti anni diventano amici. È una rete che nasce spontaneamente, attraverso la passione comune e la fiducia.
D. Prima di Cortina, però, hai già portato i tuoi tappeti in luoghi importanti, da Palazzo Barberini al Lago d’Orta. Come sono nate quelle esperienze?
R. Sono sempre nate attraverso incontri e relazioni. A Palazzo Barberini, nella Sala della Lupa, arrivai grazie a un colonnello dell’Esercito. Poi ho realizzato altre esposizioni private, tra cui una a Orta San Giulio, sul Lago d’Orta, alla fine degli anni Novanta e una nella casa del professor Emmanuele Emanuele, allora presidente della Fondazione Roma. Sono esperienze che fanno parte della storia della mia attività e che dimostrano come, nel tempo, il tappeto abbia saputo entrare anche in contesti legati all’arte e alla cultura.
Ho lavorato anche sul Lago Maggiore, tra Baveno e Stresa, dove ho arredato una villa per una famiglia che aveva diversi hotel. Sono occasioni diverse, ma tutte nascono dalla stessa idea: portare il tappeto nel contesto giusto e farne emergere il valore.
D. Una delle persone che ti accompagna da più tempo è Paola Mazzuccato Fossati.
R. Sì, conosco Paola da 25 anni. Ci siamo incontrati per la prima volta nel dicembre del 2000 all’Hotel Savoia di Cortina, durante una mia esposizione. Lei si innamorò dei miei tappeti e da quell’incontro è nata una collaborazione che dura ancora oggi. È stato anche grazie a lei che ho avuto la possibilità di partecipare alla grande mostra fotografica Italia di Moda, inaugurata al MAXXI di Roma il 14 maggio di quest’anno.
D. Il 21 agosto a Cortina c’è stato un nuovo appuntamento. Che significato hanno per te questi incontri?
R. È soprattutto un momento per ritrovare i miei clienti, i collezionisti e gli amici. Sono persone che seguono il mio lavoro da molto tempo e con cui si è creato un rapporto personale.
Tra gli ospiti dell’evento del 21 agosto ci sono stati anche il presidente della Lazio Claudio Lotito e l’imprenditore Enrico Zobele, insieme a diversi esponenti del mondo professionale e imprenditoriale. Al centro, però, sono rimasti i tappeti: antichi e di design, con particolare attenzione ai due nuovi lavori firmati da Enrico Picasso.
D. I materiali sono fondamentali nella tua ricerca. Ho letto di tappeti lavorati con elementi insoliti, come l’ortica, è così?
R. Certamente. Lavoriamo con materiali molto diversi, dalla lana al cashmere, dalla pashmina all’ortica. Un tappeto in ortica è una rarità, perché non tutti sanno filarla e annodarla. Tra gli altri ho realizzato tappeti in pura alpaca peruviana, lavorati a mano e alti circa cinque centimetri. Sono pezzi estremamente complessi da realizzare. Alcuni di questi sono entrati in hotel e dimore a St. Moriz e nei dintorni di Cortina. Altri sono stati portati all’interno di ville italiane. Nel tempo sono entrati in collezioni di pregio, ed è un fatto che mi rende particolarmente orgoglioso.
D. Il tappeto sembra essere un oggetto capace di adattarsi a luoghi e climi molto diversi: dalla montagna al mare. Anche il confine tra indoor e outdoor si sta spostando?
R. Assolutamente. Oggi lavoro anche con tappeti outdoor di altissimo livello, tanto che alcuni vengono utilizzati anche negli interni. Sono prodotti molto belli e resistenti, con una qualità tale da poter competere con quella dei tappeti tradizionali. In alcuni casi, paradossalmente, gli outdoor arrivano a costare più degli indoor: la ricerca sui materiali e sulle lavorazioni è diventata molto sofisticata. Il tappeto, quindi, non è più necessariamente legato a un unico ambiente. Può vivere a diverse latitudini, all’interno o all’esterno: ciò che conta è la qualità del pezzo e il modo in cui viene inserito nello spazio.
D. Alla fine, che cosa rappresenta per te un tappeto?
R. Rappresenta qualcosa di raro e di bello, ma anche qualcosa che racconta. Un tappeto non è semplicemente un oggetto da mettere sul pavimento: porta con sé una storia, una cultura, una tecnica e una sensibilità.
Forse è proprio questo che mi ha conquistato fin dall’inizio. Amo ciò che è elegante, particolare e delicato. E quando trovo un pezzo che possiede queste qualità, capisco che vale la pena seguirlo, conservarlo e farlo conoscere.
Francesca de Paolis è critica d’arte e curatrice indipendente. Scrive da anni per riviste e webzine dedicate all'arte e alla cultura. È scrittrice e ghostwriter e collabora occasionalmente con l’Accademia di Belle Arti di Roma nell’ambito di attività seminariali e progettuali.
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