Nobilitas
Redazione
“Non chiamatemi principessa - Tre generazioni di donne, una famiglia reale” di Yassmin Pucci
Provate ad immaginare un salto in un passato fiabesco, fatto di regge imperiali, di corti e dame di compagnia, di potere illuminato e di congiure oscure, dove le redini di un cavallo turcomanno nella parata della storia siano rette da una donna, tanto influente sul Sovrano quanto magnanima verso il proprio popolo e fautrice di progresso sociale, di parità di genere, di emancipazione femminile, di laicità dello Stato.
Provate ora a raccontare quella stessa fiaba tenuto conto degli eventi che hanno visto un impero millenario come quello persiano passare attraverso i decenni, tra luci ed ombre, dai fasti reali e dalle riforme sociali di stampo occidentale della dinastia Pahlavi (l’ultima dopo circa 2500 anni) fino all’oscurantismo della rivoluzione islamica dell’Iran dal 1979 ai giorni nostri. Ebbene, sono sicuro che neanche la vostra più vivida immaginazione potrebbe squarciare il velo delle apparenze, quello degli abiti sfarzosi delle cerimonie o delle feste di corte, dietro il quale si celano le emozioni, i sogni, le intenzioni e la vera personalità di chi, in quel dato momento storico, abbia avuto il privilegio e l’onere di contribuire alla crescita culturale e sociale del popolo iraniano (e soprattutto della popolazione femminile) prima che l’integralismo religioso lo riportasse indietro di secoli.
Ecco, ora, a squarciare quel velo ci ha pensato Yassmin Pucci, nipote della Principessa Ashraf Pahlavi di Persia (la sorella gemella dell’ultimo Scià Mohammad Reza Pahlavi), con il suo romanzo biografico “Non chiamatemi Principessa”, edito dalla casa editrice “Le Lettere” (2025).
Come recita il sottotitolo, il libro attraversa la vita e la personalità di tre generazioni di donne in un appassionante percorso storico-biografico di una delle linee genealogiche dell’ultima famiglia reale persiana. Un viaggio a ritroso nel vissuto personale di tre donne che, dallo speciale punto di osservazione dell’ Autrice, ne rivela tutta la forza, le contraddizioni e insieme le debolezze, qualità delle persone “vere”.
Sullo sfondo, la loro testimonianza sul valore della libertà, della cultura e della piena parità e partecipazione femminile al progresso sociale, per cui tanto si era battuta, prima che la rivoluzione islamica ne rendesse vani gli sforzi in Patria, la Principessa Ashraf (che per il suo stile elegante e il suo carattere indomito venne definita dalla stampa francese come la “pantera nera”, vera ed ascoltata consigliera dello Scià).
Lungo lo stesso filo conduttore si collocano però la personalità e lo stile (oltre che la bellezza, va doverosamente aggiunto) della figlia Farah e della nipote Yassmin.
Pur essendo nata in Italia nel 1976 ed avendo quindi solo tre anni all’epoca della rivoluzione, l’Autrice mostra di avere ereditato dalla mamma e prim’ancora dalla nonna - con la quale ha più tardi condiviso importanti momenti della propria formazione universitaria e professionale a New York - lo stesso spirito di indipendenza e gli stessi valori (ed esempi) di libertà fondati sull’impegno, sulla consapevolezza della propria dignità e del proprio ruolo nella vita e nella società. E la carriera di attrice, sceneggiatrice e produttrice di Yassmin Pucci (ed ora anche scrittrice), del resto, lo testimonia.
Una favola vera, dunque.
Ma come in tutte le favole, non poteva mancare l’elemento del mistero, del dubbio e, in fondo, anche della morale. In primo luogo, il mistero sulle vere origini genitoriali di Farah, solo formalmente adottata dalla Principessa Ashraf (forse per coprire una verità più imbarazzante per la Corte Reale?) ma sempre presentata e cresciuta come sua figlia naturale. Poi il dubbio, svelato solo alla fine, sull’effettiva paternità della stessa Autrice, che solo di recente ha scoperto di essere stata Ella stessa adottata (in una sorta di ciclo karmico in linea diretta).
E infine la morale.
In una favola dove la “dignità regale” è caratterizzata dal cuore, dal coraggio, dalla forza d’animo, dall’onestà intellettuale, dall’amore per la giustizia e per il rispetto, dall’eleganza dei modi e da quella dello spirito, il titolo di “principessa” deriva dalla genetica “linea di sangue” o, invece, dall’educazione, dall’esempio, dall’amore ricevuto da chi abbia dedicato la propria vita alla trasmissione di quei valori? L’ Autrice non ha dubbi: “so che il mio papà, colui che mi ha cresciuta, se glielo chiedessi si getterebbe nel fuoco per me. Non potrei mai ferirlo, né lasciargli anche solo immaginare che non sia lui la persona più importante della mia vita, insieme a mia madre e ai miei figli”.
Perché poi, come in tutte le favole, è sempre l’amore quello che vince.
E non a caso, come una favola nella favola, il libro si conclude con il racconto della storia d’amore dei genitori dell’Autrice: “una vita da film”.
“L’amore ha tante sfumature, è una parola che racchiude milioni di significati”, afferma Yassmin.
Senza svelarne il finale, di questa meravigliosa “favola” resta un profondo insegnamento: “Non chiamatemi Principessa”, dice Yassmin. Non ce n’è bisogno, quando un cuore nobile si presenta da solo.
(Roberto Croce - avvocato e scrittore)
Redazione di LN International
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