Cinema e teatro
Tania Turnaturi
Ritorno a casa (di Harold Pinter)
È definita "commedia della minaccia" poiché, da un avvio apparentemente normale, evolve in uno sviluppo paradossale e minaccioso.
Con questo titolo, infatti, Harold Pinter rappresenta il decadimento dei legami familiari e la difficoltà di convivenza pacifica, che, dopo sessant’anni conserva la sua potenza disgregante di gruppo di famiglia in un interno. Massimo Popolizio, che cura la regia di questa prima nazionale, fa emergere il cinico sarcasmo e la vena crudele dell’opera, con un certo sotteso compiacimento.
Ambientato in una claustrofobica casa londinese, i componenti familiari sono in perenne contrasto: il padre Max (Massimo Popolizio) è un ex macellaio vedovo e frequentatore di ippodromi che impone ai figli e al fratello rigide regole. Il fratello Sam, taxista, è un solitario tacciato di essere un parassita; il figlio Lenny è un ex “pappa” mitomane, il più giovane fratello Joey aspira a diventare pugile professionista, ma rivela una personalità fragile.
Questa routine monotona e vessatoria viene interrotta dall’arrivo, in piena notte, del figlio maggiore Teddy che insegna da sei anni filosofia negli Stati Uniti, insieme alla moglie Ruth che vuole presentare alla famiglia, avendo lasciato a casa i loro tre figli.
Questa presenza femminile accende segreti desideri, scatenando contrapposizioni scomposte e facendo affiorare la solitudine violenta e l’arroganza cinica dei figli, che affogano le frustrazioni nella proposta sprezzante di organizzare orge e trarre profitto dall’attività sessuale a pagamento della donna. La reazione di Ruth rovescia l’ordine familiare e sociale: acconsente e decide di restare, mentre il marito tornerà da solo in America, ma pone delle condizioni. Non vittima, ma dominatrice, attraverso la mercificazione del proprio corpo eserciterà il dominio sugli altri, che dovranno servirla e obbedirle passivamente. Si ribaltano così i ruoli del mercimonio, della famiglia, della società. Il paradosso umoristico, cinico, stravagante raggiunge l’acme nella scrittura di Pinter, che nella messinscena di Popolizio risulta esasperatamente disumanizzato, rinnegando l’idea di famiglia. La donna usava il corpo come modella e, sollecitata dalle brame vogliose degli spregiudicati cognati, tornerà ad usarlo immemore dei doveri di madre, in un appartamento dotato di tutti i confort idonei allo svolgimento della sua funzione di potere sugli istinti primordiali di quegli uomini assetati di denaro.
Massimo Popolizio accentua i caratteri di questa famiglia disfunzionale e viziosa, con un realismo grottesco nel metterne in luce le perversioni e la tendenza corruttiva che precipita nel disfacimento morale, in un crescendo parossistico. Perfino il figlio, che ha conseguito il rispettabile ruolo di professore universitario, non riesce a reagire per smontare il piano diabolico e indurre alla ragione la moglie, ma si adegua passivamente, accettando di tornarsene da solo dai figli. Anch’egli sottomesso al volere di Ruth, come saranno sottomessi gli altri membri della famiglia alla donna che diventerà loro guida, al posto della madre morta.
La messinscena vira tra umorismo e scardinamento di ipocrisie familiari e sociali, corrodendo equilibri fittizi e ambiguità con una naturalezza orribile e ineluttabile. Non affiorano sentimenti, nostalgie, ripensamenti, le parole esprimono soltanto prepotenza, sopraffazione, annichilimento, disprezzo, intrinseca volgarità, che scorticano come carta vetrata sulla pelle.
Il ritorno a casa nella visione di Popolizio è potentemente spietato, sostenuto dal ritmo di una interpretazione corale che non concede pause e procede con dialoghi taglienti e senza strappi verso l’abisso, con un taglio cinematografico molto intenso.
Max, interpretato dallo stesso Popolizio, è il padre manipolatore dal carattere sopra le righe enfatizzato dalle modulazioni vocali, un po’ grottesco e caricaturale, dalle posture teatrali e autocompiaciute, appoggiato a un bastone che brandisce fendendo l’aria. Eros Pascale è il figlio Teddy, passivamente soggetto alla volontà altrui e svuotato di orgoglio e sentimenti. La moglie Ruth trova in Gaja Masciale una potenza dirompente capace di ribaltare credibilmente la struttura mentale maschile, tramutandosi da sfruttata in donna di potere.
Il Lenny di Christian La Rosa è plasticamente ambiguo e inquietante, il Joey di Alberto Onofrietti è un fragile maschio spocchioso. Paolo Musio suscita empatia nella sua dimessa condizione di taxista non proprietario, vilipeso e snobbato dal fratello.
La scenografia di Maurizio Balò tratteggia uno spazio chiuso, essenziale e squallido che nel finale si trasformerà in un night; i costumi di Gianluca Sbicca e Antonio Marras definiscono il carattere dei personaggi con colori sgargianti, o come le sneakers di tela bianca di Max, giovanilmente retrò. Le luci di Luigi Biondi creano chiaroscuri che mettono in risalto o in ombra gli esibizionismi e le voragini emotive, enfatizzando l’azione, così come il suono di Alessandro Saviozzi sottolinea l’aura di tragedia incombente.
Scrive Popolizio nelle note di regia: “Ruth da vittima passiva si trasforma in carnefice. Vuole un appartamento di tre stanze: una per riposarsi, una per cambiarsi, una per lavorare, più il bagno. Questo mi ha catturato del testo: un microcosmo di misogini che pensano di manipolare una donna, e lei ribalta i ruoli…Il punto di vista di Ruth è il più interessante. Perché il Ritorno a casa può essere sì quello di Teddy ma può essere quello di Ruth, il cui passato non è mai completamente svelato. Il mio riferimento per questo lavoro sono i fratelli Coen i cui film mescolano serio e grottesco, tragico e comico. Ritorno a casa è una commedia tinta di nero, che nasconde qualcosa di terribile che, vista con l’“acidità” alla Coen, diventa quasi accettabile, tollerabile. Proprio perché attraverso lo humor si possono dire cose tremende”.
Giornalista Pubblicista Da anni si occupa di turismo, enogastronomia, arte e teatro. Collabora con numerose testate specializzate per le quali scrive reportage di viaggio, articoli di promozione del territorio, eventi enogastronomici, ristoranti, mostre d’arte, cultura, attualità e recensioni teatrali. Appassionata della buona tavola, ama raccogliere erbe selvatiche commestibili e molte specie di funghi che utilizza per piatti di cucina povera e tradizionale.
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